LUIGI PIRANDELLO



Agrigento, Sicilia- Italia, 1867 - Roma, 1936



ELEVAZIONE


Com ’aquile avvolgenti a un brullo monte
corone ampie con l ’ali poderose,
larve di gloria in torno a la mia fronte
si raccolgon superbe, e scudo a l ’onte
mi son dei fati avversi e de l’irose
passïoni terrene ed altre cose
le virtú richiamando, accorte e pronte.

Fermo l ’animo a loro, io vo seguendo
questo acuto desio che mi conduce
de la ragione a le piú alte cime.

E con molto pensier, sereno, ascendo,
che d ’esser nato la perfetta luce
mi consoli sul vertice sublime.

ELEVACIÓN

Eagles Com 'wrap en una montaña estéril
coronas grandes con las alas 'poderosos,
Las larvas de la gloria de volver a mi frente
raccolgon es excelente, y onte el escudo "
Yo soy de los destinos de los efectos adversos y enojado
pasiones terrenales y otras cosas
virtudes que llama, astuto y listo.

Firm 's mente ellos, que avanzo
este deseo agudo que me lleva
de la razón a los picos más altos.

Y con una gran cantidad de pensamiento, sereno, ascender,
que 's que nacen luz perfecta
consolar a mí en la cumbre sublime.

L'INVITO

Di questo pan che tolgo a la mia mensa
tu dunque t ’accontenti? Io dar ti posso
ben altro: avrai quanto la mia dispensa
può darti. Vieni! Non guardarti addosso
i panni: ti vergogni? Entra con me:
siedi a la mensa mia! Saranno lieti
di provar le tue scarpe i miei tappeti...
Credi ch ’io voglia ridermi di te?

È troppo, dici. È vero, è troppo. Tu
non chiedi tanto, e non avresti mai
battuto a la mia porta, se da piú
giorni il lavor non ti mancasse ormai.
Io forse non so far la carità.
Ma non intendo offendere il pudore
de la miseria tua. Vorrei, col cuore
su le labbra, parlar di povertà,

conversar teco... Vuoi? Fra tanto insieme
desineremo: non ti guarderò,
tu mangia come sai. Quel che mi preme
di sapere è ben altro, e lo saprò
da le tue labbra. Vicolo e stamberga
ov ’abiti, m ’imagino: migliori
stalle han certo i cavalli dei signori:
la fame e il freddo la tua stanza alberga.

Tu scuoti il capo e guardi intorno. Ammiri
le lampade, le tende, la mobilia
e la mensa imbandita; poi rigiri
su me lo sguardo, e l ’occhio tuo s ’umilia
quasi istintivamente... Ma è cosí
ch ’io di te son piú povero! M ’ascolta:
tu non saprai comprendermi; ma è stolta
l’umiltà tua per questo lusso qui.

È vero, è ver: qui il freddo de l ’inverno
non entra: il fuoco arde da mane a sera;
ma un freddo tu non senti, un gelo interno
qui, tra questo tepor di primavera?
Hai un ’anima tu pure? Ebbene, io l ’ho
assiderata! Ahimè, per quanto foco
rifaccia nel camin, dentro alcun poco
venirmene o fratel, giammai non può.

Non vien da me, dal mio lavoro, questa
ricchezza che tu vedi. Il mio lavoro
senza compenso e quasi ignoto resta.
Ah, mi parrebbe un piccolo tesoro

quel che dai tuoi sudor ricavi tu,
se basta a farti vivere, anche male;
mentr ’io qui, senza questa abituale
ricchezza, non saprei vivere piú.

E a te riscalda l ’anima una fede,
ch ’io non discuterò. Vivo lontano
io d ’ogni fede e d ’ogni lotta. Vede
l ’anima mia forse tropp ’oltre? In vano
cosí l ’una che l ’altra alfin sarà...
Ma tu lotta, n ’hai dritto; avrai dimane
meno squallida casa e miglior pane...
Sarai pago? Oh no, mai! Ma non avrà

pace né tregua l ’anima dell ’uomo.
La lotta è oblio de ’ suoi tormenti veri.
Or la reggia ei rovescia e insieme il duomo,
diman rovescerà quello che jeri
edificò con tanto amor; finché
non chiuderà per sempre l ’ideale,
in grembo della morte ultima l ’ale,
ignoto all ’uomo e forse ignoto a sé.



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